venerdì 6 novembre 2009

libeccio



sono le sei e mezza

ed è già notte

pesta

in Passeggiata

qui a Viareggio

ho parcheggiato

un euro l’ora

e può bastare

penso

Piazza Mazzini-faro ci vorrà... non so

chissenefrega metto un’ora

ho solo un euro e lo farò bastare

okay

giro la chiave

e inizio a camminare

grande vento ma rimane dietro ai muri

e arriva addosso solamente quando il marciapiede si apre

e c’è una strada a mare

con le vetrine che si fanno ad angolo

e si vedono le insegne di quei bagni

che non riesci a immaginare estivi

pieni di ombrelloni e sdraio

ora che è buio

freddo

notte

e c’è questo libeccio forsennato

che si conquista il campo sempre più

quanto più m’avvicino al molo

che ora vedo già a fine passeggiata

e lo raggiungo

l’acqua è nera del canale

e scorre all’incontrario

il vento svuota il mare

sembra

e porta un fiume che è impazzito verso i monti

verso la ferrovia

verso non si capisce dove né perché

ed io lo guardo

mentre ci cammino accanto

con i jeans e una camicia bianca

lunga

e aperta come sempre sopra il petto

ed ho le mani in tasca

del giubbotto

aperto

e adesso cerco di tenere aperto tutto

e di tenere duro

mentre il vento

questo fiato onnipresente di libeccio

fa da muro a questi passi

spinge e mi respinge

non lo so

mi si frappone mentre avanzo metro dopo metro

luci

sono tante

le conosco bene

e penso

le ricordo tutte

quante volte ho fatto questo tratto

a piedi o in bicicletta

nei due anni di Viareggio

e il molo

in questo tempo

è sempre stato popolato da qualcuno

a tutte le ore

da coppiette donne bimbi

pescatori gente a cazzeggiare a pattinare a fare il defilé

a vendere e comprare a pomiciare a fare quattro passi

ad ammazzare il tempo a stare in mezzo al mare

e adesso

è tutto vuoto

ci son solo io e il libeccio

e non lo so chi tra noi due sia più sorpreso

di ritrovarsi insieme qui

vabbè

non mi interessa

andiamo avanti

il faro è ancora troppo in là

mi dico

e va raggiunto senza fare soste

e si vedrà

e chiudo

il petto

nel giubbotto

con la cerniera lampo

fino al collo

è troppo fisso

questo vento

troppo

tutto insieme

e mi proteggo

e vedo e sento le onde

sono un manicomio

contro ai sassi

alla mia destra

e salgono sopra le rocce

e si riversano sul molo

sopra alle piastrelle

ed io mi aspetto da un momento all’altro

che me ne arrivi addosso una

e che mi mezzi tutto

ma non lo fa

solo la nebbia

quello spolverio

salato

schiuma grattugiata

che si fa vento anch’essa

e si fa strada tra i polmoni ed i capelli

è buona e sa di mare e detersivo e inverno

e molto altro che non so

non riconosco

e vado avanti

e vedo i catenacci coi lucchetti

degli innamorati

a dei lampioni

e sono arrugginiti

e gialli di lampione giallo

strani

non mi arresto

sono già alle spalle

e adesso sono quasi in cima

e sento che il libeccio mi trapassa

mi entra dentro

tra la lana del giubbotto

tra ogni maglia della pelle

e m’intride dentro

non è più soltanto un muro vivo

che mi si ribella

no

mi sta suonando

un’ancia

sono un’ancia alla sua furia

che non è bruta adesso

no

ha una sua forma

e lui lo sa

e voglio vedere cosa avviene

nel mare

in cima a questo molo

voglio vedere la distesa senza fine

dove il vento va

e viene generato

e arrivo

finalmente

eccomi al faro

rosso

alla terrazza

semicerchio a parapetto

esposto

al tutto

al nero

e allo schiumoso

che è di fronte

e adesso è notte

ancora più

e me ne sto a guardare

avanti

il mare aperto

e quello chiuso

e resto fermo

resto in piedi

e poi mi appoggio

accosto il petto al muro

e lascio che il libeccio

mi sconquassi un po’

dalla cintura in su

mentre lo sguardo va a cercare

luci

sulla costa

e scorre sui puntini gialli

fila indiana verso la Liguria

e penso a tutto ciò che la mia mente pensa

e non controllo

niente

lascio andare

al vento

ogni pensiero

e sento

dal profondo

un urlo

che mi sale dentro

è forza non lo so

è un’energia

che deve andare fuori

e punto il mare

e grido un ooooooohhhhhhh

che è come un colpo di cannone

e mi fa male

al collo

quando passa

ed il libeccio non lo accusa

prende il grido

come nulla fosse

e lo riporta a monte

insieme all’acqua nera

se lo tira via

quell’urlo

e pure un altro

anche più forte

che mi è partito

e ha fatto sollevare in volo l’unico gabbiano

che era in mare

lì da solo

e che volteggia per un attimo

padrone del libeccio

e se ne torna come niente fosse

dentro l’acqua fredda

forsennata

ed io lo guardo

è bello

forte

e semplice

nella sua vita dentro alla tempesta

e vengo via

ho finito

di guardare controvento

e torno indietro

ed il libeccio adesso

mi sospinge

e scuote a modo suo i capelli lunghi

e me li fa andare sopra agli occhi

e non importa

me li annoda e chiude con il sale

con la sua essenza resinosa d’infinito

ed io lo lascio fare

sono vento anch’io

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