libeccio
sono le sei e mezza
ed è già notte
pesta
in Passeggiata
qui a Viareggio
ho parcheggiato
un euro l’ora
e può bastare
penso
sì
Piazza Mazzini-faro ci vorrà... non so
chissenefrega metto un’ora
ho solo un euro e lo farò bastare
okay
giro la chiave
e inizio a camminare
grande vento ma rimane dietro ai muri
e arriva addosso solamente quando il marciapiede si apre
e c’è una strada a mare
con le vetrine che si fanno ad angolo
e si vedono le insegne di quei bagni
che non riesci a immaginare estivi
pieni di ombrelloni e sdraio
ora che è buio
freddo
notte
e c’è questo libeccio forsennato
che si conquista il campo sempre più
quanto più m’avvicino al molo
che ora vedo già a fine passeggiata
e lo raggiungo
l’acqua è nera del canale
e scorre all’incontrario
il vento svuota il mare
sembra
e porta un fiume che è impazzito verso i monti
verso la ferrovia
verso non si capisce dove né perché
ed io lo guardo
mentre ci cammino accanto
con i jeans e una camicia bianca
lunga
e aperta come sempre sopra il petto
ed ho le mani in tasca
del giubbotto
aperto
e adesso cerco di tenere aperto tutto
e di tenere duro
mentre il vento
questo fiato onnipresente di libeccio
fa da muro a questi passi
spinge e mi respinge
non lo so
mi si frappone mentre avanzo metro dopo metro
luci
sono tante
le conosco bene
e penso
le ricordo tutte
quante volte ho fatto questo tratto
a piedi o in bicicletta
nei due anni di Viareggio
e il molo
in questo tempo
è sempre stato popolato da qualcuno
a tutte le ore
da coppiette donne bimbi
pescatori gente a cazzeggiare a pattinare a fare il defilé
a vendere e comprare a pomiciare a fare quattro passi
ad ammazzare il tempo a stare in mezzo al mare
e adesso
è tutto vuoto
ci son solo io e il libeccio
e non lo so chi tra noi due sia più sorpreso
di ritrovarsi insieme qui
vabbè
non mi interessa
andiamo avanti
il faro è ancora troppo in là
mi dico
e va raggiunto senza fare soste
e si vedrà
e chiudo
il petto
nel giubbotto
con la cerniera lampo
fino al collo
è troppo fisso
questo vento
troppo
tutto insieme
e mi proteggo
e vedo e sento le onde
sono un manicomio
contro ai sassi
alla mia destra
e salgono sopra le rocce
e si riversano sul molo
sopra alle piastrelle
ed io mi aspetto da un momento all’altro
che me ne arrivi addosso una
e che mi mezzi tutto
ma non lo fa
solo la nebbia
quello spolverio
salato
schiuma grattugiata
che si fa vento anch’essa
e si fa strada tra i polmoni ed i capelli
è buona e sa di mare e detersivo e inverno
e molto altro che non so
non riconosco
e vado avanti
e vedo i catenacci coi lucchetti
degli innamorati
a dei lampioni
e sono arrugginiti
e gialli di lampione giallo
strani
non mi arresto
sono già alle spalle
e adesso sono quasi in cima
e sento che il libeccio mi trapassa
mi entra dentro
tra la lana del giubbotto
tra ogni maglia della pelle
e m’intride dentro
non è più soltanto un muro vivo
che mi si ribella
no
mi sta suonando
un’ancia
sono un’ancia alla sua furia
che non è bruta adesso
no
ha una sua forma
e lui lo sa
e voglio vedere cosa avviene
là
nel mare
in cima a questo molo
voglio vedere la distesa senza fine
dove il vento va
e viene generato
e arrivo
finalmente
eccomi al faro
rosso
alla terrazza
semicerchio a parapetto
esposto
al tutto
al nero
e allo schiumoso
che è di fronte
e adesso è notte
ancora più
e me ne sto a guardare
avanti
il mare aperto
e quello chiuso
e resto fermo
resto in piedi
e poi mi appoggio
accosto il petto al muro
e lascio che il libeccio
mi sconquassi un po’
dalla cintura in su
mentre lo sguardo va a cercare
luci
sulla costa
e scorre sui puntini gialli
fila indiana verso la Liguria
e penso a tutto ciò che la mia mente pensa
e non controllo
niente
lascio andare
al vento
ogni pensiero
e sento
dal profondo
un urlo
che mi sale dentro
è forza non lo so
è un’energia
che deve andare fuori
e punto il mare
e grido un ooooooohhhhhhh
che è come un colpo di cannone
e mi fa male
al collo
quando passa
ed il libeccio non lo accusa
prende il grido
come nulla fosse
e lo riporta a monte
insieme all’acqua nera
se lo tira via
quell’urlo
e pure un altro
anche più forte
che mi è partito
e ha fatto sollevare in volo l’unico gabbiano
che era in mare
lì da solo
e che volteggia per un attimo
padrone del libeccio
e se ne torna come niente fosse
dentro l’acqua fredda
forsennata
ed io lo guardo
è bello
forte
e semplice
nella sua vita dentro alla tempesta
e vengo via
ho finito
di guardare controvento
e torno indietro
ed il libeccio adesso
mi sospinge
e scuote a modo suo i capelli lunghi
e me li fa andare sopra agli occhi
e non importa
me li annoda e chiude con il sale
con la sua essenza resinosa d’infinito
ed io lo lascio fare
sono vento anch’io

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